Partiamo dall'inizio, l’Eurostat ha recentemente pubblicato un grazioso "pocketbook" dal titolo "Labour Market Statistics", contenente una serie di statistiche legate al mercato del lavoro di tutti i paesi che compongo l’Unione Europea. Vi consiglio di scaricarlo e leggerlo tutto, è una fonte interessante di informazioni.
Grande scalpore ha però suscitato nei giorni scorsi in Italia il capitolo 7 e specificatamente la tabella 7.1, dove si paragona il livello medio degli stipendi annui lordi dei 27 paesi che compongono l'Unione. Il dato italiano infatti risulta pari a 23.406 euro. Chiariamo subito che questa cifra è lorda, dunque comprensiva di tutte le tasse e gli oneri che sappiamo gravare su lavoratori ed imprese quando si parla di retribuzione.
Con questo dato l’Italia non solo si classifica ben al di sotto di stati quali Germania e Francia, rispettivamente 41.100 e 33.574 euro, ma veniamo surclassati anche da nazioni storicamente meno ricche della nostra quali Spagna e, udite udite, Grecia - con rispettivamente 26.316 e 29.160 euro annui. In definitiva, risultiamo negli ultimi posti in Europa.
Sdegno.
Titoli catastrofisti sui giornali.
I soliti esterofili che dilaniano gli ultimi scampoli di amor patrio.
Nei bar si rideva a denti stretti "Persino in Grecia stanno meglio di noi…" in uno strano equilibrio tra ironia e dramma.
Titoli catastrofisti sui giornali.
I soliti esterofili che dilaniano gli ultimi scampoli di amor patrio.
Nei bar si rideva a denti stretti "Persino in Grecia stanno meglio di noi…" in uno strano equilibrio tra ironia e dramma.
Interviene infine Monti a far tacere questo pandemonio masochistico grazie ad una nota del Presidente del Consiglio nella quale, da bravo professore, ricorda a tutti che un testo andrebbe letto e studiato per intero, comprese le spesso dimenticate
note a piè di pagina!
Leggendo infatti attentamente e banalmente la nota numero due della tabella, si capisce subito che i dati dell’Italia sono relativi al 2006 mentre tutte le altre nazioni hanno i dati riferiti al 2009. Non è dunque possibile fare alcun paragone serio.
Tutti rimandati a settembre insomma.
Nb : Nota bene (è proprio il caso di dirlo)
Che significa: IT = Italia (2006 = anno di riferimento dei dati, FTU = Full Time Units o unità lavorative a tempo pieno)
Allegata alla nota sulla nota vi è immancabilmente una tabella (scusate la facile ironia ma la situazione è tragi-comica), fornita direttamente dall'Istat, in cui il livello medio degli stipendi italiani relativamente al 2008 (dunque paragonabile agli altri) risulta pari a 29.653 euro. Sopra Grecia e Spagna e in linea al valore medio europeo.
La Patria è salva. O quasi.
Si perché, anche se in questa nuova classifica siamo i primi fra i PIGS (Portugal, Italy, Greece & Spain), rimaniamo pur sempre ultimi in paragone alla mittel Europa che viaggia ormai su livelli salariali ben al di sopra dei nostri. Prima fra tutti la Danimarca con un incredibile valore di 52.867 euro annui lordi.
I nostri leader dovranno dunque interrogarsi seriamente sulle motivazioni alla base di questo scarto (o spread che dir si voglia). Anche se a voler fare i professorini fino in fondo, dovremmo analizzare ancor più approfonditamente la faccenda e considerare i salari al netto dell’altissima imposizione fiscale italiana e adeguarli al livello generale dei prezzi considerando il loro potere d’acquisto reale. Si perché un paragone vero e proprio in macroeconomia ha senso solo se si considerano i redditi disponibili per le famiglie (quindi al netto della tassazione) e in termini reali (quindi adeguati al livello generale dei prezzi di ogni singola nazione, se ho un salario più alto ma tutto costa di più non è vero che sono effettivamente più ricco in termini reali).
Purtroppo si prospetta comunque per il nostro paese uno scenario terrificante, con un cocktail di salari netti molto bassi per via dell'enorme tassazione gravante sui salari lordi e un livello generale dei prezzi al consumo sempre più alto.
Dobbiamo quindi sforzarci di capire le cause che hanno prodotto questo scarto, non solo per riuscire a dare classifiche più realistiche e aggiornate, ma soprattutto per cercare di migliorarle.
Un' interessante analisi in questo senso la fece Draghi nel 2007, intervenendo alla riunione annuale della Società degli Economisti, con una relazione intitolata “Consumo e crescita in Italia”. Vi consiglio anche in questo caso di scaricarla e leggerla tutta, ma limitiamoci alla parte relativa ai salari.
Anch'essa contiene infatti delle serie statistiche, prese però da fonte Istat, che raffigurano retribuzioni orarie a parità di potere d’acquisto e reddito disponibile con prezzi concatenati in sole quattro diverse nazioni: Germania, Francia, Italia e Regno Uniti.
Possiamo quindi effettuare un'analisi basata su dati tra loropiù omogenei. Da un lato infatti si considera il salario a parità di potere d’acquisto e il reddito disponibile a prezzi concatenati, dunque in termini Reali e non nominali. Inoltre, è inutile paragonarci a nazioni quali Danimarca o Lussemburgo (o di contro Romania e Grecia), che hanno parametri macroeconomici e demografici troppo diversi dai nostri. Francia, Germania e Regno Unito sono competitors molto più simili a noi.
Risulta subito chiaro che mediamente siamo comunque ultimi in termini di salario orario e reddito disponibile (occhio comunque a non considerarli la stessa cosa visto che il reddito disponibile è l'aggregato dei redditi da lavoro e da capitale percepiti dal settore delle famiglie al netto dei trasferimenti verso altri settori).
Quali però le ragioni di questa differenza secondo Draghi? Da un lato vi sono differenze tra i livelli medi di istruzione dei lavoratori delle singole nazioni e dall’altro le cause andrebbero ricercate in una generale minor produttività della forza lavoro italiana. Dovremmo quindi studiare e aggiornarci di più e contemporaneamente lavorare in maniera più efficiente. Niente di nuovo sotto il sole, dunque.
A mio avviso però tali ricette spiegano solo un piccolo aspetto della vicenda, che è sicuramente molto complessa e legata a tanti altri fattori. Ad esempio credo dovremmo pur considerare parametri quali l’effettiva efficacia della contrattazione sindacale collettiva, la necessità per le nostre imprese di avere costi del lavoro più bassi per rimanere competitive sul mercato globale, l’elevato livello di disoccupazione che rende facile per le imprese trovare lavoratori disposti a lavorare a bassi livelli salariali, ed infine (anche se forse è in fondo il fattore più importante) l’enorme mole di lavoro nero ed evasione fiscale presente nel nostro paese che non vengono ovviamente mai considerati in alcuna statistica ufficiale proprio perché sfuggenti a qualsiasi forma di censimento. Si spiegherebbe così come riescano le famiglie italiane a consumare molto più di quanto guadagnino (almeno ufficialmente) senza un enorme indebitamento privato, come ben si evince dalla seguente figura.
E' anche ben chiaro l'andamento dei nostri salari a partire dal fatidico 1992, anno in cui furono varate le misure per la progressiva riduzione dei livelli salariali statali al fine di rientrare nei parametri europei di Maasricht in termini di debito pubblico. Gli stipendi sono stati sicuramente ridotti o quantomeno mantenuti costanti, ma l'effetto sul debito pubblico non si è visto. Anzi...
Il grafico che però tengo a sottolineare maggiormente è il primo (ma indicato con fig.3) perché ritengo fotografi perfettamente uno dei fenomeni unici del nostro paese: stiamo divenendo sempre più un paese per vecchi!
Analizzando l’andamento dei salari medi orari in relazione all’età della forza lavoro notiamo che in Germania e nel Regno Unito,
superati i 40-60 anni i salari iniziano incredibilmente a diminuire!
In Italia invece vi è un costante aumento dei salari orari con l'aumentare dell'età, finanche a superare gli stessi inglesi nella fascia degli over 60.
Il concetto di scatto di anzianità è quello su cui si fonda il modo di lavorare della maggior parte dei nostri dipendenti pubblici. Non importa essere più bravi o più veloci, tanto comunque ci spetterà la stesso salario e lo stesso aumento garantito solo per il fatto di aver acquisito un anno in più di esperienza e non in base agli obiettivi raggiunti. E allora perché affannarsi a essere il più bravo, se alla fine ottengo comunque lo stesso risultato? Da un lato fare sempre lo stesso lavoro per 40 anni può rendere molto bravi nel farlo, dall’altro può far sì che ci si adegui inevitabilmente alla comodità del posto fisso, alla quattordicesima a fine anno, ai privilegi grandi o piccoli, allo stipendio a prescindere dai risultati.
Tutto questo solo per i più anziani, a scapito dei giovani, in un disarmante patto generazionale che puntualmente costringe sempre quelli che arrivano per ultimi a dover pagare per tutti.






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